Gabriele: un anno in Bretagna per imparare dal volontariato

15.03.2017

Gabriele Ciglia ha 26 anni è laureato in Filosofia e presto lo sarà anche in Scienze cognitive e processi decisionali: fino ad un mese e mezzo fa abitava ad Angera, ma dal primo febbraio è in Francia come volontario europeo. «Sono partito grazie al Cesvov, che è l’organizzazione di invio e a Mapar, organizzazione coordinatrice. Adesso vivo a Redon, una piccola città della Bretagna, e lavoro in un cinema associativo, Ciné Manivel». È venuto qui con l’idea di imparare meglio le lingue straniere, ma anche di mettere insieme esperienze e competenze per la futura ricerca di un impiego: la sua storia parla proprio di una consapevolezza di quanto il volontariato sia il contesto giusto per accrescere le proprie competenze.

«L’obiettivo del mio progetto – spiega Gabriele – è comprendere come funziona un cinema associativo e aiutare nello svolgimento delle attività dell’associazione. Per adesso, lavoro alla cassa, aiuto con la preparazione dei programmi settimanali, ricerco e leggo le critiche dei film, aggiorno il sito internet e curioso parecchio, parlo con i colleghi e i volontari, faccio domande per capire i ruoli e le mansioni. Sinceramente ignoravo che cosa fosse un cinema associativo prima di iniziare qui ed è una continua e piacevole scoperta vedere quante persone impiegano il proprio tempo libero volontariamente per il funzionamento del cinema. Il progetto è di 12 mesi e resterò in Bretagna fino a fine gennaio 2018». Come è venuto a conoscenza dell’opportunità di fare una esperienza di volontariato all’estero? «Mentre prestavo servizio civile in biblioteca, mi sono ritrovato in mano il volantino di un incontro sul Servizio Volontario Europeo, organizzato dall’ufficio del piano di zona di Sesto Calende, in collaborazione con Cesvov, all’interno del progetto JobStartUp. Il pensiero era stato “perché no?”. Ed è stato durante quell’incontro che ho ricevuto le informazioni che mi hanno convinto a candidarmi per questa esperienza di Erasmus+».

 

Volontariato e/o lavoro?

«Prima di partire – racconta Gabriele – avevo prestato servizio civile presso la biblioteca comunale di Sesto Calende, fino a luglio dell’anno scorso. E da un anno sono diventato donatore di sangue presso l’Avis di Angera». E per quanto riguarda il lavoro Gabriele spiega così la situazione: «diciamo che il servizio civile era volontariato, ma lo considero anche un’esperienza di lavoro, sia per il tempo che mi impegnava sia per quello che mi ha insegnato “professionalmente”, come ad esempio il relazionarmi con gli utenti. È stata un’esperienza utile e gratificante. Quello che mancava del lavoro era soprattutto lo stipendio. Prima avevo lavorato per alcuni mesi come dialogatore, per cercare nuovi sostenitori regolari per alcune Ong e durante gli anni universitari ho dato ripetizioni a bambini e ragazzi. Quindi ho lavorato? Sì, no, boh, forse, non lo so».

La scelta di partire per lui è arrivata alla vigilia della laurea specialistica. «Può sembrare logico che finita l’università si cerchi un lavoro adatto per il proprio percorso di studi, ma non è per forza così e io non mi sentivo “pronto”. Per il lavoro mi sembrava di essere carente sotto certi aspetti, soprattutto nelle lingue straniere. Quindi una delle principale ragioni per partire è stata la volontà di migliorare con l’inglese e imparare una lingua nuova». «Ma ho scelto di partire per un progetto di volontariato all’estero anche pensando al lavoro, per avere più esperienze e competenze per la futura ricerca di un impiego. Un mio rimpianto dell’università era di non avere mai approfittato del progetto Erasmus e in generale di non aver mai vissuto all’estero. Ancora più in generale, non avevo mai vissuto fuori casa per un lungo periodo soddisfacendo i bisogni di indipendenza, di autonomia e di autorealizzazione».

La prima sfida per Gabriele è stata quella di terminare di scrivere la tesi a Redon, le sere e i giorni liberi. «Non è stato facile concentrarmi nello studio dopo giornate passate a contatto che persone che parlano una lingua diversa. Un’altra difficoltà è organizzare i miei “tempi di vita”: abitando a casa con i genitori, non ero quasi mai io a cucinare, lavare, pulire, fare la spesa. La situazione più difficile è quando lavoro alla cassa e arrivano delle persone che parlano velocemente, convinte che capirò subito tutto quello che diranno. Certamente ho ancora moltissimo da imparare ma sono qui per questo».

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Autore Paola Provenzano